Come una Crisalide Eva Dal Ray

Ho letto la sinossi di “Come una Crisalide” e ne sono rimasta affascinata tanto da voler scoprire qualcosa di più su Eva dal Ray.  Vi va di conoscerla insieme a me?

Biobibliografia

EvaL’autrice è nata a Milano, compie studi classici e si laurea in Architettura presso il Politecnico della sua città. Si trasferisce in Toscana e anche se svolge il lavoro di architetto continua a coltivare la sua passione per la scrittura, partecipando con i suoi racconti brevi a diversi concorsi nazionali. Scrive articoli per varie riviste di settore sia stampate che on-line. Dopo che la sua famiglia è cresciuta sente di dover mettere per scritto i sentimenti e le difficoltà di chi cerca di affermarsi nel lavoro pur non volendo rinunciare al ruolo di madre e soprattutto di donna. Questo è l’input per il suo primo romanzo: Come una crisalide.

 

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http://www.amazon.it/Come-una-crisalide-Eva-Dal-ebook/dp/B019BWT3YG

sinossi: Come si può avere tutto e non essere per niente soddisfatti della propria vita? Questa domanda rende Maddalena ancora più ansiosa, la fa sentire ancora più in colpa. Quando, durante un incontro di lavoro, conosce un uomo che stravolge dentro di lei ogni certezza il suo mondo crolla definitivamente. Di colpo si rende conto che il suo matrimonio perfetto era solo un’apparenza. I sentimenti che Davide le suscita non li aveva mai provati prima, di questo è certa. Con un coraggio che non le apparteneva decide di rivoluzionare la sua vita, di seguire l’istinto. Purtroppo, però, questo la trascina verso situazioni impensabili e l’incubo comincia a prendere forma.


Intervista

 

  • Spiegaci in poche parole chi sei, cosa ami fare e qual è il ruolo della scrittura nella tua vita?

Ciao, mi chiamo Eva e sono una scrittrice. Mi piacerebbe poter iniziare il mio discorso così, ma purtroppo questo non è esatto. Pur amando la scrittura e la lettura da sempre la mia vita ha preso un altro percorso, sono un architetto e lavoro in quest’ambito. Inoltre ho casa, marito, figli…insomma tutto quello che è in grado di mettere i bastoni tra le ruote a un’aspirante scrittrice. Però non demordo, non l’ho mai fatto. Scrivo continuamente: di notte, nelle pause, in coda alle poste, insomma in ogni momento libero delle mie giornate. Ho cominciato da bambina con poesie e racconti (in casa si vocifera che il mio primo sonetto sia stato composto alla tenera età di quattro anni!), poi sono passata all’immancabile diario e al sogno di scrivere, un giorno, un romanzo.

Da adulta ho partecipato ad alcuni concorsi con i miei racconti che parlano di donne. Sì, perché i miei scritti si occupano del mondo femminile e di tutti i problemi che noi donne dobbiamo affrontare nel percorso della nostra vita: l’amore, i figli, le difficoltà, il dolore, la violenza. Sono tutti aspetti che voglio affrontare nelle mie pagine.

 

  • Qual è stato il percorso che ti ha permesso di pubblicare il tuo libro?

In un momento particolare della mia vita ho deciso di lanciarmi e di affrontare la stesura di un romanzo. La storia l’avevo già in testa, le parole sono venute da sole. Con mia grande sorpresa non ho trovato difficoltà a mettere per scritto le idee che mi frullavano nel cervello, ho cominciato e i personaggi si sono animati di vita propria portando in fondo la loro storia in modo lineare. Il difficile è venuto dopo. Io sono ipercritica con me stessa, mai contenta del termine usato o della frase appena finita. Per me è difficile mettere la parola fine ad un testo, non ne sono mai pienamente soddisfatta. Ad un certo punto, però, devo farlo per forza. Una volta finito ho cercato un editor e ho messo il manoscritto in altre mani, accorgendomi con stupore di come riesce a migliorare il tuo libro visto da occhi diversi. Infine ho cercato un editore, e qui ho perso l’entusiasmo. Il mondo dell’editoria è difficile, me lo avevano detto, ma non credevo fino a questo punto. Ho buttato via mesi dietro a promesse mai mantenute, a complimenti esagerati contornati da “ma“ e “poi”. Mi sono stancata e ho deciso di autopubblicarmi. Poi si vedrà.

 

  • Quali sono le difficoltà più grandi che hai incontrato (e che stai incontrando) nella promozione del tuo libro?

Chiaramente con l’autopubblicazione ci si trova di fronte all’enorme problema della promozione. Per un autore sconosciuto è uno scoglio veramente duro. Non ho ancora trovato, purtroppo, la risoluzione ma ci sto mettendo l’anima. Prima di tutto mi dedico ai social network, costantemente. Anche le promozioni sono abbastanza efficaci, ma senza una CE alle spalle è chiaramente tutto più difficile. Il mio libro piace, ho commenti e critiche molto positive, ma questo evidentemente non basta. Anche le presentazioni in caffè culturali o presso librerie non sono facili da trovare, la maggior parte di questi luoghi non rischia di mettersi in vista per un perfetto sconosciuto. La situazione, quindi, non è delle più rosee.

 

  • Quanto è importante secondo te la promozione per il successo di un libro?

Credo che la promozione sia basilare. È difficile che un lettore acquisti il tuo romanzo solo per la copertina e la sinossi, deve aver sentito parlare di te. Anche solo per curiosità, così, si avvicina al libro e valuta se può essere di suo interesse. Non parliamo poi del fatto di poterlo trovare cartaceo sugli scaffali delle librerie che frequenta, questo sarebbe sicuramente vincente. Io ho anche la versione cartacea del romanzo, che cerco di pubblicizzare come posso, ma non è nemmeno lontanamente la stessa cosa.

 

  • CE o self? Quali sono i pro? E i contro?

Purtroppo non sono un’esperta in questo, posso solo ribadire che secondo me le CE hanno dei grandi vantaggi, soprattutto per autori alle prime armi. La promozione e la diffusione prima di tutto. Sperare di autopubblicarsi per guadagnare di più è un sogno che non ha fondamento. Se nessuno ti promuove non hai visibilità, se non hai visibilità non vendi comunque.

 

  • Parlaci del tuo libro (se più di uno dei tuo libri) e convincici a leggerlo.

Come una crisalide è la storia di una donna. Ambientato ai nostri giorni e in una città italiana parla di vita di tutti i giorni, di impegni costanti, di affetti e di amore. La protagonista è Maddalena, architetto affermato con un marito, due figlie e una vita, sotto tanti punti di vista, invidiabile. Sta passando, però, un periodo in cui sente che qualcosa non va. È insoddisfatta, nervosa, depressa. Si rifiuta di fermarsi a pensare ai motivi veri di questa crisi e non vuole affrontare il fatto più eclatante: tra lei e suo marito le cose non vanno bene. Quando, durante un incontro di lavoro, conosce un collega, Davide, che risveglia in lei sentimenti sopiti da tempo, Maddalena si trova a dover fare i conti con la sua coscienza. Mentre lei combatte una partita già persa il marito riesce a peggiorare la situazione, comportandosi sempre peggio. I suoi sentimenti verso Davide crescono e diventano una passione travolgente che la porteranno a scoprire in lei una donna completamente diversa. Non riesce però a vivere questo rapporto in maniera serena perché il marito non si arrende ad averla persa e si trasforma, diventando violento e subdolo. La sua vita da questo momento non avrà un attimo di tregua e lei dovrà combattere con una forza che non credeva di avere. Forse il vero amore sarà l’unica cosa che la farà sbocciare, proprio come una farfalla.

 

  • Rilascia un estratto della tua opera

 

                Capitolo uno – Questa mattina mi sono svegliata con addosso un nervoso da guinness dei primati. Già dal suono della sveglia capisco che non sarà una giornata leggera; chiudo di nuovo gli occhi e con un respiro profondo butto i piedi giù dal letto. Odio alzarmi presto e odio il lunedì. Le due cose sommate, poi, mi fanno andare prepotentemente la mattina per traverso. Con addosso un vestaglione di pile rosa confetto, scendo le scale con attenzione, cercando di non cadere, tolgo l’allarme, faccio uscire il gatto in giardino ed entro nella zona notte delle ragazze, per svegliarle. Tutto questo con gli occhi a mezz’asta e un ghigno da rottweiler sulla faccia. Quando mi avvicino ai letti la mia vocina interiore mi dà una scrollata e la “brava mamma” fa la sua comparsa.

-Forza pigrone! Sveglia, sveglia che si fa tardi! Chi va per prima in bagno?

Il tono della voce riesce ad apparire quasi allegro, come se fossi davvero entusiasta della nuova giornata che ho davanti. Non è forse vero che bisogna dare il buon esempio? Altrimenti che razza di mamma sarei? La piccola mi guarda strano, sbuffa e se ne esce con un “che faccia che hai” appena bofonchiato tra i denti stetti, poi si butta in picchiata verso la porta del bagno battendo sul tempo la sorella e sedendosi ridacchiando sulla tazza.

-Maammaaaa… l’ha fatto di nuovo… non mi lascia andare in bagno per prima… Maammaaa diglielo tu che ho bisogno di andare in bagno subito, io, quando mi alzo…

Le lascio bisticciare, come ogni mattina, e sparisco in cucina a preparare la colazione. Dunque, tè senza zucchero per Luca, latte freddo con cereali per Annalaura e latte caldo con una fetta di pane e miele per Sara. Che palle, che palle e ancora che palle! Vorrei poter tornare sotto il piumone di corsa e svegliarmi solo a mezzogiorno. Il letto deve essere ancora caldo, ma non posso nemmeno pensarci, almeno non oggi che mi aspettano al cantiere.

 

Finalmente chiudo la porta dietro le loro spalle, dopo essermi sorbita la solita ramanzina di mio marito sulla colazione fatta di corsa che fa così male, sul ritardo a scuola che ai nostri tempi non ce lo potevamo nemmeno sognare, e mi siedo in cucina con i gomiti sul tavolo da pranzo, in mezzo alle briciole che dovrò pulire. C’è silenzio, silenzio che mi bevo come una medicina, ma che non riesce a calmarmi. Sono stanca di vivere le stesse cose ogni giorno, stufa di arrivare a sera, dopo aver corso per riuscire a fare tutto, senza mai essere veramente soddisfatta di me stessa. E poi tra poco sarà anche il mio compleanno. Ci mancava solo questo, un altro inutile anno che va a sommarsi agli altri inutili anni vissuti aspettando non so cosa. Dovrei essere felice e mi sento in colpa per questo. So di avere già tutto quello che una donna possa desiderare: una famiglia serena, nessun problema economico, una bella casa, eppure non riesco a capire perché mi senta come in una gabbia… e la rabbia aumenta ogni giorno che passa.

-Crisi di mezza età- ha sentenziato decisa Ludovica, collega e amica di sempre, quando venerdì scorso sono entrata in studio con un muso più lungo del solito.

-Di certo non hai litigato con Luca – ha continuato, incurante del mio sguardo assassino – è impossibile litigare con quella “polentina”. Al massimo ti avrà fatto una noiosissima paternale.

-Taci, che ho le balle già abbastanza girate così – ho sibilato tra i denti.

-Vedo…vedo…

Passando davanti alla sua scrivania il primo impulso che ho provato è stato quello di buttarle a terra tutto quell’ordine meticoloso con una sola manata, ma la solita vocina interiore è riuscita a trattenermi e, come una furia, mi sono rintanata nel mio ufficio. Ho passato l’intera mattinata a rimuginare su quell’umore nero che mi soffoca da troppo tempo e solo verso mezzogiorno mi sono decisa a prendere un appuntamento dal dottore. Quando poi ho messo il naso fuori dalla mia tana, Ludovica era già uscita e ho tirato un sospiro di sollievo.

So bene, comunque, che oggi dovrò farle le mie scuse. Mi alzo a fatica dalla sedia e vado a prepararmi: i soliti jeans, un dolcevita nero e il cardigan con le tasche. Ultimamente mi sento bene solo vestita così: sono comoda, pratica e decisamente poco appariscente. Mi pettino i capelli perennemente scompigliati in una lunga coda ed esco senza un filo di trucco, non ne ho proprio voglia. Arrivata al cantiere sbrigo le mie cose velocemente, ormai siamo in dirittura d’arrivo e la mia presenza serve solamente per gli ultimi controlli. I materiali che ho ordinato sono già stati montati e l’effetto finale è più che positivo. Per quest’ultimo progetto ho voluto osare un po’ di più. I pavimenti e le finiture sono decisamente singolari e quella che doveva essere un’anonima clinica di provincia ha assunto il fascino di una lussuosa dimora nobiliare. Penso che i proprietari ne saranno contenti, visto che sarà frequentata quasi esclusivamente da insoddisfatti ricconi per i loro piccoli ritocchi estetici.

Sto per uscire quando mi sento chiamare. Valuto per un secondo di proseguire, facendo finta di non aver sentito, ma il senso del dovere mi blocca.

-Maddalena… Maddalena… aspetta!

Il capo cantiere mi raggiunge a lunghe falcate e si mette a parlare di una certa consegna arrivata in ritardo. Lo ascolto a malapena e cerco di sbrigare l’incombenza nel più breve tempo possibile. Quest’uomo mi mette ansia e cerco regolarmente di glissare i nostri incontri a quattrocchi. Qualche mese fa ha avuto la malaugurata idea di provarci spudoratamente durante una pausa caffè e da allora lo evito come la peste. Anche la macchinetta automatica, da quel giorno, è diventata off limits per la paura di trovarmi di nuovo sola con quel polpo a due gambe. L’uomo dalle mille mani, l’ho battezzato, tante me ne sono sentita addosso durante il suo tentativo di baciarmi.

Non che sia un brutto uomo, tutt’altro, ma io non mi sento a mio agio in simili situazioni, non ci sono proprio portata. Tutt’altra cosa è la mia amica Ludo. Per lei ogni lasciata è persa, così appena le ho descritto le avances di quel bellimbusto, lei ha cominciato a guardarlo con occhi diversi, mandandolo a chiamare in continuazione per un nonnulla. Anche il tono della sua voce è cambiato, da autoritaria donna in carriera si è trasformata in gattina mielosa, chiedendo a lui stupidissimi favori e consigli. Quando sono stata presente a una di queste sue metamorfosi non potevo credere ai miei occhi. Dov’era finita la mia amica? Appena rimaste sole non ho potuto fare a meno di appiopparle una bella strigliata sulle donne oggetto e su quanta fatica abbiano dovuto fare le suffragette per ottenere la parità dei sessi, ma la sua alzata di spalle mi ha lasciato esterrefatta.  Certo che davanti a un uomo molte di noi sono capaci di sciogliersi come un panetto di burro… non riuscirò mai a capire il perché.

A metà pomeriggio mi ritrovo seduta nella sala d’attesa del Dottor Marsili, mio medico di base, accanto a due donne che non smettono un secondo di parlare e sparlare di tutto e di tutti. Prendo la prima rivista che mi capita a tiro e mi concentro sulla pagina che mi si apre in mano. Leggo interamente una articolo sul problema dei crampi in gravidanza prima di rendermi conto che l’argomento è decisamente lontano dai miei interessi. Anzi, mi dà proprio fastidio anche solo pensare di potermi trovare di nuovo in quella situazione. La mente torna in automatico alle mie bimbe che, naturalmente, non cambierei per tutto l’oro del mondo. Semplicemente è un’esperienza bellissima che però non ripeterei un’altra volta. Per fortuna i tempi delle pappe e dei pannolini sono lontani e posso cominciare a pensare anche un po’ a me. Una punta di rimorso mi fa sentire una madre cattiva, irriconoscente. Ho due figlie splendide e intelligenti, cosa posso pretendere di più? Per fortuna l’infermiera interrompe la spirale dei sensi di colpa dentro cui stavo per cadere per l’ennesima volta e mi accompagna nell’ambulatorio.

-Signora Mantovani, cosa posso fare per lei? – esordisce il dottore.

Detesto quando mi chiama con il cognome da sposata, come se non mi conoscesse da sempre. Come al solito, però, non glielo faccio notare. Bene, e adesso cosa gli dico? Come posso spiegargli cosa provo senza sentirmi una perfetta imbecille? Cerco di scegliere con cura le parole e comincio con una descrizione sommaria dei sintomi. Gli spiego che faccio fatica a mangiare qualunque cibo e che dormirei per una settimana intera. Lui mi lascia parlare senza interrompermi, poi prende un foglio e ci scribacchia sopra poche parole.

-Ecco qui, vada a nome mio, prenda un appuntamento e poi mi faccia sapere come va la situazione.  Potrebbe essere un po’ di depressione, ma non si preoccupi, probabilmente è solo un disordine ormonale. Sa, d’altronde alla sua età è il caso di cominciare a pensare anche all’arrivo di una fase diciamo… di premenopausa.

Prendo il foglietto senza neanche leggere cosa vi abbia scritto, mi alzo e come in trance esco dallo studio avviandomi giù per le scale. Non ci posso credere… Mi sono aperta come non faccio mai con nessuno e lui che fa? Mi sbologna a un altro dottore e per giunta alludendo a una probabile crisi da premenopausa. Ma con chi crede di parlare? Gliela do io la premenopausa, ciarlatano! Non ho ancora finito di mettere piede sul selciato che un fischio acuto mi richiama immediatamente alla realtà: qualcuno sta cercando di attirare la mia attenzione. Istintivamente alzo gli occhi da terra e faccio appena in tempo a vedere un ragazzino in bicicletta che punta dritto verso di me mentre pedala a tutto gas sul marciapiede. Con un salto indietro riesco per un pelo a evitare di essere investita, ma vado a sbattere malamente una spalla contro il pilastro del portone. La vista mi si annebbia e la testa si riempie di lucine colorate. Mi siedo lentamente a terra, strisciando la schiena sulla pietra finto-medioevale del palazzetto alle mie spalle. Con la mano destra accompagno il braccio dolorante sulle ginocchia, vi appoggio sopra la testa e scoppio a piangere. Non riesco a smettere, i singhiozzi mi sconquassano tutta e mi lascio andare come quando ero bambina, come quando potevo essere me stessa. Dopo qualche minuto mi rendo conto che il portiere è chino sopra di me e mi sta parlando. Mi scuote dolcemente, chiedendomi se voglio che chiami un’ambulanza. Alzo la testa e mi guardo attorno come se vedessi quel posto per la prima volta, come se mi fossi svegliata da un brutto sogno. Cerco di sorridere per rassicurarlo e spiego con poche parole che in realtà è stato solo un grosso spavento, che non mi sono fatta proprio nulla. Una grassa signora sugli ottanta, che cerca di tenere a bada un cagnetto grande poco più di un criceto, mi guarda con disapprovazione e dondola con sussiego la testa prima di continuare la sua passeggiata. Con uno sforzo mi alzo, mi asciugo le lacrime e cerco di tenermi ferma sulle gambe per qualche istante prima di fare un passo avanti. Respiro profondamente per mandare via ogni traccia di tremito, poi mi avvio verso casa, la schiena dritta come un manico di scopa.

Sono immersa in un bagno caldo, profumato e pieno di schiuma; non c’è niente di meglio di una vasca fumante per distendere i nervi e districare i pensieri. Questa è sempre stata la ricetta di mia nonna nei momenti di crisi della famiglia. Ogni volta che si presentava un momento di tensione, oppure quando si trovava costretta ad assistere impotente a bisticci o battibecchi, si metteva le mani sui fianchi e spediva il malcapitato di turno a fare un bagno caldo.

-Vedi di calmarti e pensare a quello che hai detto!

Come se tranquillizzarsi e farsi la ramanzina da soli fosse per lei un tutt’uno. Coricarmi nell’acqua calda e piena di schiuma, però, mi è sempre piaciuto, con o senza sensi di colpa da mettere a nudo.

Anche se è quasi un’ora che sono a mollo, e ormai le dita mi sono diventate bianche e rugose come quelle di una vecchia, non ho ancora nessuna intenzione di uscire. In tutta sincerità finora non sono riuscita del tutto a capire bene che cosa mi sia successo oggi. Sono consapevole di essere un po’ stanca e anche di essere molto stufa, ma mettermi a piangere per la strada, praticamente senza motivo, non mi era mai successo.

Il rumore della serratura mi distoglie da queste riflessioni e sento le mie figlie che rientrano in casa con la stessa baldanza con la quale sono uscite questa mattina.

-Ciao mami! – gridano all’unisono e, senza nemmeno fermarsi, filano dritte ad accendere la televisione.

-Niente da fare – grido di rimando, snervata. – Ragazze, spegnere subito! Prima lavatevi le mani e fate merenda! Ho detto spegnereee!

La stessa identica cosa tutti i giorni. Ma come fanno le altre madri a farsi rispettare? Eppure io ci provo veramente, a farmi prendere sul serio. Esco di corsa dall’acqua, rischiando di finire lunga distesa sulle mattonelle scivolose, e mi tampono velocemente con l’accappatoio. Mi è tornata addosso un po’ di energia. Forse, dopotutto, la ricetta di nonna funziona ancora.

Dopo poco rientra anche Luca, preso come al solito dai suoi pensieri. Già dal modo in cui mi bacia, entrando, mi rendo conto che la sua mente è da tutt’altra parte. A pensarci bene è già un pezzo che mi sento trasparente quando sono con lui. Potrei riceverlo sulla porta completamente nuda con i capelli blu e si comporterebbe allo stesso modo, ne sono convinta. Il solito bacino a labbra tirate, come se gli facesse schifo sentire la mia bocca, e la solita mezza frase prima di rinchiudersi nello studio. Non che sia mai stato un uomo passionale, ma il ragazzo sereno e misurato di cui mi ero innamorata è stato fagocitato da un pedante e serioso professore di storia, con nessun’altra passione se non i suoi libri. Ora che ci penso saranno almeno sei mesi che non riesco a trascinarlo a un cinema, per non parlare di una pizza con gli amici o, peggio ancora, di andare a ballare. Non mi ricordo neanche più come si fa. Sembra essere diventato allergico ai divertimenti, di qualunque genere siano, e la cosa sta diventando veramente pesante.

Non oso pensare a cosa abbia intenzione di fare per il mio compleanno, sempre che si ricordi la data giusta. O forse, come al solito, il pomeriggio stesso mi confesserà ansioso che non ha avuto il coraggio di organizzare niente perché temeva che non fosse di mio gradimento. “Decidi tu, cara, facciamo quello che vuoi, prenota tu in qualunque ristorante desideri. A me va bene tutto”. No! Quella frase maledetta non me la deve propinare anche quest’anno, mi rifiuto! Cosa cazzo vuol dire che gli va bene tutto? Tutto cosa, poi, che non gli va di fare proprio niente? Quest’anno, giuro, lo trascino a ballare. Gli va bene tutto? Ok, ora lo aggiusto io. Se prova a ripetere quelle maledette parole vedrà dove lo porterò per il mio compleanno!

Più rifletto e più mi incazzo, forse è meglio che vada a preparare la cena. Polpette, spaghetti… no, risotto. Ecco, un bel risotto allo zafferano è quello che ci vuole per concludere questa giornata, poi vedremo.

 

  • Come reagisci alle critiche?

Le critiche, se fatte senza cattive intenzioni, possono solo essere costruttive. Senza critiche non sapremmo mai come esprimere al meglio la nostra storia, colpendo il lettore nel modo giusto. Uno scrittore scrive per emozionare, oltre che per il piacere di farlo. È proprio il lettore che ci deve indicare la strada da seguire per poter entrare nel suo cuore e, possibilmente, restarci a lungo. I libri che hanno caratterizzato la nostra vita, che ne fanno parte, non sono stati scritti in pochi giorni e in modo sommario, hanno avuto il tempo di maturare e di modificarsi, si sono rafforzati con le critiche e con il tempo. Per questo dico che una critica non fa altro che arricchire lo scrittore, lo migliora.

 

  • Quali sono gli elementi per scrivere un buon libro?

Non è una domanda semplice. Sicuramente una buona capacità di scrittura, data da una certa dialettica e da una base di cultura. Naturalmente ci vuole immaginazione, creatività, inventiva. Questo per qualunque genere letterario, secondo me. Qualunque argomento può essere descritto e raccontato in molti modi diversi e, pur essendo la stessa cosa, assumere connotazioni differenti. Un fatto ci può sembrare noioso e pesante oppure appassionante, dipende dalle parole che si utilizzano. Ci siamo passati tutti ai tempi della scuola: professori diversi ci facevano sembrare la stessa materia più o meno accattivante a seconda del modo di porcela.

 

  • Parlaci dei tuoi progetti futuri

In questo momento sto scrivendo il sequel di Come una crisalide. Ho altri progetti in cantiere, tra cui un romanzo storico. Scriverò sicuramente degli altri romanzi d’amore, ho già qualche idea che mi preme in testa, perché credo che parlare d’amore faccia bene alla nostra vita. Continuerò con storie di donne, come mi piace fare e, credo, mi riesce bene.

 


 

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